Relazione tra sviluppo e crisi ambientaleL'interdipendenza tra il concetto di sviluppo, considerato dinamicamente nelle sue trasformazioni avvenute da che venne introdotto dopo la Seconda Guerra Mondiale, e la situazione climatica e ambientale, è un concetto centrale nei moderni dibattiti sull'argomento, sostenuta da una parte molto considerevole di esperti del settore, che adducono a conferma delle loro tesi rilevazioni statistiche e situazioni di fatto, così come contestata da quanti non riconoscono negli interventi dell'uomo le cause principali di alterazioni quali il surriscaldamento del clima. La StoriaStoricamente si sono iniziati a scorgere i limiti della crescita con l'inizio degli anni settanta, quando, con la pubblicazione del “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, commissionato dal Club di Roma nel 1972, si erano messe in evidenza per la prima volta le conseguenze della crescita della popolazione, dell'industrializzazione, dell'inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse sull'ecosistema terrestre. In seguito alla presa di coscienza della limitatezza del patrimonio e delle riserve del pianeta, un tempo considerate come beni inesauribili, e del loro progressivo deterioramento a causa dell'impatto di un sistema di produzione che ne incrina gli equilibri naturali, si è iniziato a fare strada, tra gli economisti, ed in seguito anche negli spazi istituzionali, il concetto di sostenibilità dello sviluppo. Lo sviluppo sostenibile è quello che riesce a mantenere in equilibrio lo sviluppo economico con l'equità sociale e gli ecosistemi. Ad oggi il concetto di sviluppo sostenibile si basa su un equilibrio tra quelle che vengono per comodità identificate come le 3 “E”: ecologia, equità, economia, e sul concetto di diversità, introdotto dall'UNESCO nel 2001 per sottolineare la stretta connessione tra diversità culturale e biodiversità. Garantire la possibilità di uno sviluppo sostenibile oggi significa principalmente correggere una serie di comportamenti che, per il loro impatto sull'ambiente, conducono al collasso del sistema, ed operare secondo strategie condivise, che consentano ai paesi che stanno crescendo di non peggiorare una situazione già di per sé complessa. Anche per questi motivi sono continuamente in discussione le tesi degli economisti dello sviluppo, che dalla “Teoria degli Stadi” di Rostow - secondo la quale le diverse tappe dello sviluppo economico di ogni paese erano preordinate e prevedibili – sono giunte oggi a teorizzare la necessità di interventi mirati, e per quanto più possibile personalizzati a seconda delle differenti situazioni, per favorire il miglioramento delle condizioni economiche dei paesi in via di sviluppo. Gli InterventiQuella che viene prospettata come “rivoluzione sostenibile” nell'edizione del 2004 del Rapporto sui limiti dello sviluppo (intitolata “Limits to Growth”) è un complesso di azioni coordinate che gestiscano l'avvenuta presa di coscienza della finitezza della Terra, della insostenibilità di un modello che presenta al suo interno diseguaglianze così marcate e del bisogno di agire in tempo, prima che le conseguenze diventino ancora più negative. I tentativi di porre dei correttivi, siano essi macro-interventi oppure azioni dirette all'educazione ed alla formazione di nuove generazioni dotate di una differente consapevolezza, sono argomenti all'ordine del giorno nel dibattito politico-economico-sociale moderno, all'interno del quale è coinvolta tutta la società civile. A livello internazionale si è cercato, e non senza una certa fatica, di raggiungere accordi condivisi per modificare congiuntamente quei comportamenti che sono stati individuati come gravosi per l'equilibrio dell'ecosistema. Il momento più importante è stato certamente l'entrata in vigore del trattato internazionale noto come il Protocollo di Kyoto, redatto nel 1997 ed in vigore dal 2005. Il Protocollo prevede l'obbligo per i paesi industrializzati di limitare le emissioni di agenti inquinanti nell'atmosfera, riducendo il totale delle emissioni di tali gas (biossido di carbonio, metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di sodio) almeno del 5% rispetto ai livelli del 1990, nell'arco di tempo tra il 2008 ed il 2012, con l'invito ad individuare e promuovere tutte le politiche necessarie affinché tale obiettivo possa essere effettivamente raggiunto. I CriticiNon mancano naturalmente le critiche al metodo imposto dal Protocollo di Kyoto, se è vero che gli Usa, fino a poco tempo fa responsabili della percentuale maggiore di emissioni di biossido di carbonio rispetto a tutti gli altri paesi del mondo, e l'Australia, non hanno ratificato il Protocollo, e potenze in grandissima espansione come la Cina, odierno “leader” nelle emissioni, e l'India, dimostrano di non curarsi particolarmente dei limiti imposti dall'accordo. Non mancano nemmeno coloro che ipotizzano modelli di crescita differenti, distaccandosi con forza dal modello che prende il Prodotto Interno Lordo (PIL) di un paese come dato indicatore del livello di sviluppo. Un autorevole esponente della teoria della decrescita, l'italiano Maurizio Pallante, sostiene la separazione dei concetti di “beni” e di “merci”, e da questa separazione fa discendere la difficoltà di assegnare al denaro il ruolo di indicatore della ricchezza, punto sul quale convengono invece le maggiori Organizzazioni Mondiali. Citando le sue stesse parole: “Nel paradigma culturale della decrescita l’indicatore della ricchezza non è il reddito monetario, cioè la quantità delle merci che si possono acquistare, ma la disponibilità dei beni necessari a soddisfare i bisogni esistenziali.” |
